Rhys Marsh

‘The Blue Hour’ Review: Storia Della Musica

5th November 2012

Between the folds of “The Blue Hour”, you’ll discover various inheritances emerging from the haze of music history: in Rhys Marsh’s compositional power, all of them find meaning and coherence, even when mixed together. The inspiration coming from Nick Drake, Robert Wyatt, King Crimson (especially those who created minimal songs such as Islands, The Night Watch, Book Of Saturday) Anekdoten (the less bombastic and tangled ones), Talk Talk, The Divine Comedy, The Czars (the great John Grant) generates a tree full of mature fruits and, through the process of incarnation in the Anglo-Norwegian songwriter’s artistic corpus, give birth to a creature with very peculiar somatic traits and with a rare beauty that hides itself in the thick fog of a dense emotional forest.

Storia Della Musica

Talvolta ancora capita: capita che mi tremano le gambe quando sento di aggirarmi nei meandri di un disco “maggiore”. E, nell’invischiamento delle emozioni, temo di non riuscire a descrivere nel modo più lucido ed efficace possibile la musica che mi risuona dalla testa al cuore. Ecco, con “The Blue Hour”, provo esattamente questo tipo di timore, questo tipo di sentimento.

Rhys Marsh è un cantante/compositore/songwriter nato in UK ma trapiantato in Norvegia, che – sebbene capace di destreggiarsi con una quantità incredibile di strumenti (chitarra, basso, zither, glockenspiel, mellotron, hammond, percussioni) – ha deciso di dar luce ad un progetto solista “corale”, chiamando a raccolta (a partire dal 2008), una lunga serie di valenti musicisti dallo spirito affine, provenienti da band amiche (Jaga Jazzist, Änglagård, Wobbler, White Willow, Anekdoten, The Divine Comedy…), raggruppandoli in un ensemble “aperto” rispondente al nome di The Autumn Ghost. L’elemento che oggi ricorre è la voce degli strumenti a fiato: tromba, trombone, clarinetto, oboe, tuba, fagotto donano pennellate dai colori intensissimi alle oniriche tele dipinte da Rhys Marsh, senza mai soffocare la trama tenue delle composizioni.

Se esiste una via possibile per dare credibilità ed espressione ad un sofisticato “pop da camera” dall’ispirazione “progressive”, questa è rinvenibile nella crepuscolare cartografia di questo “The Blue Hour”.

L’incipit del disco, And I Wait, provvede subito a fornire le coordinate di questa zona di confine fra sogno e illusione, mettendo in risalto un poetico songwriting abile nel cogliere le sfumature e nel catturare quei sospesi stati d’animo ai quali la malinconia induce. Il singolo Read The Cards, evade dal limbo di evanescenza, in virtù di una ritmica incalzante, dell’andamento brioso e di una interpretazione vocale suggestiva. The Movements Of Our Last Farewell è davvero una piccola gemma, quasi una miniatura, dal grande rilievo melodico. Broken Light è uno dei momenti più alti dell’intero disco: caratterizzato da una chitarra vagamente Frippiana (che non esplode mai, preferendo rimanere sottocutanea) e da una timbrica nel cantato decisamente affine a Robert Wyatt, il brano sa costruire un raffinato sistema di contrappesi fra intimismi ed epifanie fiatistiche. Si spinge verso giustapposizioni più estreme, Wooden Heart, nella quale da una parte i toni si fanno decisamente drammatici, mentre dall’altra vengono intercalati movimenti riconducibili alla sezione più grottesca di Relâche di Erik Satie. La profondità sensoriale di cui è dotata la toccante The Place Where You Lay la rendono un altro dei passaggi importanti di “The Blue Hour”. Ma è nella sua chiusura che il lavoro regala il suo vertice, il suo punto di massima elevazione: gli oltre nove minuti di One More Moment sanno condurre l’ascoltatore, prendendolo per mano, verso paesaggi onirici e maestosi, che tuttavia più che generare uno stato di esaltazione dell’anima, si presentano ai sensi con toni dimessi e con ritmiche felpate.

Tra le pieghe di “The Blue Hour” si ritrovano eredità che provengono da vari periodi della storia della musica, ma che nel rigore compositivo di Rhys Marsh trovano senso e coerenza, anche quando sovrapposte: Nick Drake, Robert Wyatt, King Crimson (quelli delle canzoni più minimali, avete presente Islands, The Night Watch e Book Of Saturday?), Talk Talk, Anekdoten (anche in questo caso quelli meno magniloquenti), The Divine Comedy, The Czars (del grande John Grant) forgiano una ispirazione che produce frutti maturi e che, attraverso il processo di incarnazione nel corpus artistico del cantautore anglo-norvegese, partorisce un essere dai tratti somatici particolarissimi e dotato di una bellezza rara ma sfuggente, celata nella densa foschia di una fitta foresta emozionale.

Dopo due album dominati dagli archi e dal mellotron (“The Fragile State Of Inbetween” del 2008 e “Dulcima” del 2009), Marsh si reinventa in un lavoro nel quale la prospettiva di arrangiamento è radicalmente mutata: gli strumenti a fiato (in legno o in ottone), anziché prendere il sopravvento sulla armonie, si intersecano con esse, prendono vita da esse.

Per “The Blue Hour” potranno anche calzare a pennello le definizioni di chamber pop, progressive pop, baroque pop: eppure in qualche modo la musica in esso contenuta vola alta sopra le parole, reclamando uno spazio dell’anima tutto suo. Spero che in esso riuscite a trovare un posticino a sedere per godere del tepore interiore che il suo clima infonde.

7.5/10

Storia Della Musica

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